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sabato 5 gennaio 2013

Si compri un gatto per non morire.



Erano le 5 ed Henry era seduto come al solito sulla poltrona, dritta davanti alla tv, proprio dove si incrociavano gli angoli delle due stanze del piccolo bilocale.
Nel lavandino piccole gocce cadevano fino a riempire la latta rotonda di carne in scatola vuota. Minuscole particelle di grasso gelatinoso andavano disperdendosi .
Un giorno come tutti gli altri, uno di quelli che si dimenticano a partire dal mattino successivo, per non essere ricordati mai più.

Henry sudava, fino ad incollarsi quasi alla poltrona, tanto era caldo.
Un estate odiosa quella del ’77.
Si alzò ed erano passate 3 o 4 ore dall’ultima volta che si era mosso, ciondolando pesantemente verso la cucina, per un altro gelato e un’altra soda.

In tv , in uno dei tristi e squattrinati canali locali , un uomo anonimo, vestito a funerale, promuoveva senza troppa credibilità la : “Linea telefonica Anti-suicidi: Evviva la Vita”.

Henry sorrise, il mento sprofondò nella gola ampia e tremula. Affondando per le risate le dita paffute nei braccioli della poltrona.
Era divertito e triste insieme, più triste che divertito, come sempre.
A ben vedere quelle risate apparivano spiacevoli e isteriche, simili a convulsioni.

In sovrimpressione compare il numero della linea telefonica. Henry ci riflette su, sono due anni che pensa fitto alla possibilità di porre fine alla sua noiosa vita di grasso uomo solo.
Con movimenti meccanici e pesanti, allunga il braccio destro, largo come la gamba di un uomo normale. Solleva il telefono e compone a fatica il numero, con le dita che a malapena entrano tra un tasto e l’altro senza schiacciarli entrambi.

Un voce di donna logorata dagli anni e dalle sigarette risponde:
“Linea telefonica anti-suicidi evviva la vita!”.

Dopo una breve pausa Henry, riavutosi dallo sforzo del sollevamento del telefono:
“Pronto. Mi chiamo Henry.”
“Ciao Henry” risponde la donna in maniera fredda e robotica, come quando ci si presenta alle riunioni degli alcolisti anonimi.
“Credo di avere un problema signora..”
“Cindy” fa la voce al telefono.
“Beh Cindy, non credo di avere motivi per vivere.”
“Oh Henry, sa che sono 20’anni che sento queste stesse identiche parole?!”.
Henry dall’altro lato della cornetta respira affannosamente e fatica a credere alle sue orecchie.

“Mio caro Henry, potrei stare qui al telefono ore ed ore a dirti che la vita è una cosa meravigliosa. Ma sono stanca Henry,capiscimi, stanca. Non ho marito né figli, né fratelli o sorelle e i miei sono morti da un bel po’,capiscimi.”

Si sente chiaramente il respiro grasso e singultico di Henry alla cornetta.

“Non una promozione, non un uomo, non un figlio, capiscimi Henry.”

Il ciccione sospira col suo fiato pesante.
Non crede alle sue orecchie, non è questo che si aspettava.
Così Henry trattenendo il respiro attacca il telefono fingendo che questo dialogo non ci sia mai stato.
Il giorno dopo, pressappoco alla stessa ora del giorno precedente Henry, con la soda e il gelato appoggiati alla destra della poltrona, sul tavolinetto mobile di vetro fumé, accende la tv.

“La linea telefonica Anti-suicidi Evviva la Vita, piange oggi la scomparsa della nostra veterana Cindy; Grazie per averci insegnato che la vita è una cosa meravigliosa. Ciao Cindy.”

Il ciccione finisce la soda in una sorsata, il gelato in un morso e pensa:
“Si la vita è una cosa meravigliosa”.

domenica 30 dicembre 2012

Pecore e Gin.



Musica. Parole. Fumo. Si riempiono bicchieri di ghiaccio e si svuotano teste da ogni pensiero. Una spruzzata di alcool a giustificare il tutto. E io bevo un altro sorso, guardando dall’alto un branco di pecore che scalpitano quando il pastore cambia il suo disco. Moquette rossa e pacche sulle spalle di amici provvisori. Mi stai simpatico, ma solo per stasera. – Ciao, tu sei l’amica di…? – E i miei occhi cadono su quella V generosa, lì vicino al cuore. Ma non era il cuore che cercavo.



Il ritmo si alza, i freni si mollano. Guardo gli stronzi che si mettono davanti a me, tutti in posa. Flash. Risate. Domani avremo qualche foto di questa serata di merda. I Tacchi alti tengono in piedi le speranze mentre i miei amici fanno a gara a chi balla con le gambe più lunghe.

E le mani si alternano tra capelli, sigarette e bicchieri gelati. Tutti con la faccia da uomini vissuti a reggere la parte che ci siamo preparati.



Le pupille dilatate palleggiano la sala e decido di muovermi anch’io. Voglio nuotare nel recinto di pecore per vedere se riesco a tosarne qualcuna. Sorrisi fumosi e parole urlate contro timpani sfondati. Il pastore ci ordina di alzare le mani al cielo, ma sopra di noi c’è solo un lurido soffitto. – Vai da lei – E così mi ritrovo a girare intorno al suo lucidalabbra che sa di pesca. E mi muovo, e ti muovo. Sono la pecora più bella di tutte. E già costruisco storie, quando la vedo allontanarsi con le sue amiche. Il fumo la inghiotte, e per un attimo quasi mi mancherà.



Le labbra si seccano, le speranze si seccano, le pecore si seccano.

Steso su divanetti macchiati di negroni sbagliati guardo il fondo di quel bicchiere e mi sento solo. Giro e rigiro il ghiaccio. Mastico ciò che resta di quello schifo. Le luci si accendono. Buonanotte.

lunedì 24 dicembre 2012

È meglio non avercelo un cuore.




Gocce di pioggia sul parabrezza. Gocce di sudore su di noi. Spazio angusto fatto di baci e carezze, di respiri pesanti e pelle nuda. È un sabato notte. Un sabato notte di quelli primaverili, con la luna piena in cielo e cocktail improbabili sullo stomaco. Ci mescoliamo nel buio, facendo finta che in qualche modo ci importi qualcosa l’uno dell’altro. Simuliamo emozioni, orgasmi, parole, relazioni. Ci mentiamo a vicenda e ce lo facciamo bastare.
Qual è la differenza? Cosa distingue due amanti da due anime sole?

Avrei potuto innamorarmi. Avrei voluto innamorarmi di te, a dire il vero. Invece siamo qui, a muoverci ritmicamente e a guardarci negli occhi vuoti. Iridi nere inespressive. È un modo di tenersi compagnia alla fine, è quasi uno sport ormai. Io ti piaccio, tu mi piaci. Scopiamo. Scambiamo liquidi biologici di ogni natura. Esploriamo mucose altrui. Saltiamo tutti i passaggi complicati. Perché devo mangiare la buccia quando posso avere la polpa? Non mi importa più se prima parliamo del tempo, del più e del meno, del tuo gatto di merda o di cosa abbiamo mangiato a pranzo. L’importante è che poi scopiamo.

Ci graffiamo, ci mordiamo. Spremiamo il succo da un frutto già stantio. L’unico che festeggia qui è l’ego. Quando vedo quelle gambe argentate illuminate dalla luna. Le sue labbra carnose nella penombra che mi sorridono. Sogni viziosi su quella schiena nuda e quel culo. 
Dio mio quel culo.

È una lotta tra anime sole, a chi riesce a prendersi il meglio. Qui nessuno corre in coppia, qui nessuno gioca in squadra. Solo respiri bestiali e artigli mentre mi arrampico con le labbra fino alle sue spalle. Cerco il piacere in fondo a quei fianchi, finchè non lo trovo.
Restano sono solo sedili macchiati dei nostri peccati. E solitudine.
Ogni anno più di 40 persone si gettano giù dai ponti o sotto i treni in questa città. La maggior parte di esse lo fa per il cuore spezzato. Dopotutto è meglio non avercelo un cuore.



domenica 23 dicembre 2012

Un ragno che ne sa.





Avevano detto che oggi avrebbe piovuto, ed ha piovuto.
Anche il tempo è diventato qualcosa di prevedibile, ma riesco comunque a stupirmi che le batterie rotonde di una calcolatrice si ricarichino,anche se di poco,con il sole.

A volte ci sono cose meravigliose e non conta l’ordine o la logica di ciò che abbiamo visto.
Stamattina le ragnatele erano perfette con l’umidità che le appesantiva e le rendeva ben visibili.
Sui cancelli di ferro arrugginito, fauci, con tanto di saliva argentata.

Certo non sono resistenti come il nylon aromatico,come il Kevlar,ma Cristo se sono belle.
Il fatto è che un ragno non ci pensa nemmeno,le fa e basta. Metri e metri di filo, a spirale, a imbuto, a groviglio. Non gli servono altro che delle ghiandole filiere ad un ragno. Mi capite?

Nasce tutto da due ghiandole e un ragno non ne sa un cazzo di estetica, il ragno vomita fili e basta.
Dipende da come vedi la cosa.

giovedì 20 dicembre 2012

Denti suini.





Vedi caro amico. Forse li vedi anche tu ora, forse non li vedi, sono sicuro che li hai visti almeno una volta. Ci sono quelle porte da bar dietro, se segui il mio indice, bravo, proprio lì. Le cornici nere e il vetro appannato, doppi vetri di persone fuori e triplo arredamento di persone dentro. Tanti occhi suini vaporosi accesi da una cicca. Troppi tacchini al vapore, ma non ho fame, è passata da un po’ l’ora di cena. Ormai è passata. Colabrodi di zucchero liquido inebriante. Cioè, insomma, sono loro: uomini e donne, maschi femmine, piercing e coppole. Ma che noia cha noia che noia Cristo che schifo. Ci credo che quelle caviglie sono così gonfie su quei trampoli laccati, grugnisci come un seghetto da ferro! Mi si stringe il respiro e troppo lucide sono le teste, troppo, ma che idiozia Cristo!(Santo ancora, ma dove sei?)

Via via. Son qui che ti cerco e lo sai. Vorrei solo poter affogare ancora in un paio d’occhi belli,cavolo, con quel miagolio delle ciglia, inspirare piano e sicuro il profumo di quelle mucose lunari. Che sapore quell’essenza. Ma l’illusione manca e ti ha già fregato. Si, se mi hai seguito fin ora siamo in due.
Ti ha fregato la luna, ti ha fregato il profumo della notte. E ti frega sempre come ogni ciclo, come i giardini di marzo, come quella canzone. Come quando sfogli veloce un piccolo libro dalla copertina nuova, verde, di poesie, per farti il vento sul palmo della mano. Frù frù, già andato, il vento delle muse ti sfila attraverso le dita.
Posso solo affogare in queste poche righe terribili, terribile.
Basta, da questa sera non ci cascherò più. Che affanno al cuore. Brancolanti morti con un cristallo in mano, un portafoglio di pelle di coccodrillo in tasca e un biglietto non ancora obliterato per la giostra finale. Sicuro. C’è qualche giostra ancora aperta.
C’è la risata dell’autoscontro sotto una pioggia acida, c’è il tiro a segno, quanto sei abile amico mio, c’è lo zucchero, di filato questa volta. Bene: ci sono gli hot dog , ci vuoi un po’ di maionese sopra? Ma certamente.
C’è una pila di merda: sulle teste, sull’otto volante, nei bicchieri, nelle scarpe col tacco e in quelle coi plateau. Troppa sugna viscida sotto, dove? Le unghie? Mah, io la vedo anche sopra. Fuori. Là. Fuori.
Ci sono pile di merda che in media, calcolando longitudine, latitudine, clima, cultura, storia, raggiungono l’altezza di un metro e settantotto centimetri e trentacinque anni d'età.
Non ci cascherò più e se Dio vuole(non Cristo) sarò come loro, quelli pelati, con gli occhi canini e i denti suini. Quelli di prima amico mio, quelli che. Vedi caro amico. Sono qui, insieme a noi.

Treno

Io non so disegnare.
Non so fare un sacco di cose che non mi manca saper fare. Non so fare a pugni. Non so prendermi cura di un orto. Non so suonare il pianoforte. Non so portare una barca a vela. Non so arrampicarmi su una pertica.
Ma soprattutto non so disegnare.
Sarebbe bellissimo prendere un treno e sedermi di fronte a una donna sulla trentina, mora con gli occhi verdi, che legge Carver. Stare lì col mio blocco in mano e fare lo schizzo del suo viso, perdendo tempo a seguire bene i contorni del suo mento. Sarebbe importante che non sospetti nulla, dovrei essere discreto, guardare più spesso fuori dal finestrino invece che fissarmi sul punto in cui il suo collo lungo e fino – sembra un Modigliani, quanto è bella – si attacca alla spalla, quella destra, che sarebbe nuda, perché ci troveremmo in primavera inoltrata, di sicuro. E come sarebbe difficile disegnare quel punto. Non solo perché è difficile disegnare quel punto.
Lo finirei, in quanto tempo? In mezz’ora, facciamo mezz’ora. È solo uno schizzo.
Improvvisamente si alzerebbe. Siamo vicini a una fermata, penserei, il treno è tanto che non sosta. Ma non scenderebbe, prenderebbe la borsetta quando il macchinista non ha nemmeno ancora cominciato a rallentare. Andrà in bagno, può darsi, spererei, e quando s’è alzata con la mano destra si è allisciata la gonna nera, di seta, sembra, e con la sinistra appoggia Cattedrale lì sul sedile, lo posa aperto, a pancia in giù per tenere il segno. Uno spiraglio di luce – perché è pomeriggio e le ruote girano e frizionano i binari imbruniti per mandare il grosso bruco di ferro verso il sole –  la colpirebbe mentre la guardo camminare nel corridoio.
Si terrebbe in equilibrio con la borsetta appesa all’avambraccio che dondola e segue i movimenti del bestione, che adesso sembra che fatichi, e penserei che il treno mi pare sempre così pesante, quasi svogliato, ma comunque veloce e stabile, in qualche curva presa forte può ricordare addirittura un cavallo nervoso, ma poi torna a rigare dritto, e sbuffa di nuovo, come se non volesse, di nuovo animale bonario da soma, ma tira, dio bono, tira dritto che è una meraviglia.
Poi smetterei di pensare al treno perché quei raggi come acqua arrivano dappertutto, e sbattono forte sulla sua gonna - che sarebbe nera, sì, ma come di seta, l’ho già detto – in uno scroscio di barbagli che mi farebbero intravedere il contorno morbido delle gambe, e l’insenatura liscissima dietro le ginocchia.
Oh, quel punto! Dio bono, quel punto! Andrei fuori di testa per un paio di secondi felici. E penserei di fare duecento, trecento, forse; ma che dico?!, mille, un milione, addirittura; sì!, un milione di quadri, in un milione di tecniche diverse, e sarebbero tutti rappresentanti quel punto, quel pezzo di pelle bianca e soffice dietro le ginocchia delle donne.
La mia mente andrebbe subito a quel mio amico, uno stregone, che aveva un amico, in Brasile, a São Paulo, che per tutta la vita ha disegnato il viso della puttana che batteva di fronte a casa sua. Una puttana di mezz’età. Man mano che i quadri si dispongono nel tempo, giorno per giorno, la puttana invecchia, gradualmente. La serie si interrompe con il dipinto di una puttana anziana, ancora bellissima.
“Perché ha smesso?”, chiesi al mio amico stregone, “poi è morta?”
“No”, mi rispose, “il mio amico ha scoperto che la puttana che ha disegnato per tutta la vita è sua madre”.
Mi raccontò tutta la storia di fronte a un dipinto della serie, gliel’aveva regalato il suo amico in persona, prima dell’agnizione.
Tenevamo le mani legate dietro la schiena e le nostre teste guardavano in alto sulla parete, dov’era appesa l’immagine della puttana. Stavamo in silenzio.
E quel silenzio nella mia testa sarebbe disturbato dagli scatti metallici del treno e io tornerei a pensare alla mia donna mora con gli occhi verdi che intanto scomparirebbe dalla porta del vagone.
Non avrei così tanta voglia di tenermi il suo ritratto, a quel punto. Così lo strapperei dal blocco e lo metterei in mezzo alle pagine, così come lei le ha lasciate, lì dove Carver scrive: “Mi ha raccontato che il cieco l’aveva sfiorata con le dita dappertutto: il viso, il naso… perfino il collo! Lei non se l’era più scordato”.
Chiuderei il libro e lo lascerei sul sedile. Riporrei il blocco nello zaino, e questo lo caricherei sulle spalle alzandomi mentre il treno inizia a rallentare. Mi avvierei per il corridoio. Lei tornerebbe dal bagno, ci affronteremmo in una danza precaria, ma non la guarderei nemmeno per un attimo. La lascerei passare e sentirei il suo profumo che galleggia dietro di lei, fra la polvere abbagliata dal sole.
Il treno si fermerebbe completamente. Scenderei. Resisterei a guardare attraverso il finestrino la sua reazione mentre si vede nel ritratto. Camminerei veloce verso l’uscita della stazione, mentre lei inizierebbe a ricordarmi per sempre.

Le caramelle più buone.




Stare ad aspettare non è la manovra più sensata. Precipitarsi fuori dal bagno e spazzarli via tutti mentre sono lì a gingillarsi è l’unico modo per uscirne. Poi penso alle conseguenze. Una ventina d’anni di galera, fedina penale sporca e un sacco di discorsi sul mio conto in televisione. Decido che non ne vale la pena, soprattutto per quella massa di imbecilli. Comincio a sentirmi un topo in gabbia. Devo trovare una scappatoia. La cravatta mi soffoca, sudo freddo, e la soluzione che cerco tarda ad arrivare. Un vociferio sempre più pressante lambisce la porta. Vorrei urlare, ma questo contribuirebbe a creare un immagine ancora più distorta della mia situazione. La luce chiara del sole mi abbaglia per un attimo. Guardo il cielo fuori, dove una dozzina di rondini sta volando in formazione. Penso per un attimo alla loro libertà. Se avessi anch’io le ali sarebbe tutto più semplice. La finestra accende improvvisamente l'idea che cerco. Ora ho una via di fuga. Sono solo al secondo piano, posso saltare. Quattro o cinque metri al massimo. Bussano per l’ennesima volta alla porta. Stavolta è la mia pseudomoglie con la sua candida vocina. “Caro, vieni fuori dai, ci aspettano tutti ed il parroco è già pronto. Mio padre ha detto che se vuoi ci fa da testimone dato che Andrea ancora non c’è.” Al solo suono di quelle parole sento un brivido correre lungo tutta la schiena. Più ci penso e più voglio scappare. Mi sbrigo a salire sul water, aprendo le due ante che danno sul giardino dietro alla parrocchia. Cerco di non esitare, e salto senza guardare giù. Craaaak. Erba, terra, erba.  Sono ancora vivo, ma qualcosa dev’ essersi rotto. Nessun dolore. Sento inaspettatamente un po’ di fresco nel didietro. Mi accorgo con piacere di aver creato una bella presa d'aria sul retro dei miei pantaloni Armani, dando l’ultima pennellata di ridicolo a questa storia assurda. Mi alzo in fretta, ancora un po’rintontito dal volo e comincio a correre. 


Correre. Correre. Correre, è l’unica cosa importante. Via da quel mondo e da quella vita. Via dal matrimonio di favore, dall’auto extralusso, dal mio lavoro strapagato, da quel coglione di mio suocero, dalle preoccupazioni di mia madre, da quella troia isterica di mia moglie. Ho 32 anni, e non ho mai detto di No a nessuno. Mai un compito non portato a termine, mai una nota di demerito. Sono sempre stato il figlio ideale, l’uomo ideale, l’avvocato ideale. Uno stronzo qualunque insomma. Accontentando tutti quelli che mi stavano intorno ho costruito mattone dopo mattone la mia infelicità, sfiorando la soglia della pazzia. Ho creato un altro me dal quale, solo adesso, dopo tanti anni, sono riuscito a liberarmi. Sull’orlo del precipizio ho mandato tutti a quel paese ed ho saltato. Questo è il primo giorno della mia vita in cui non ho rimpianti. La strada sembra volare sotto di me mentre le mie gambe aumentano la velocità. Non sento la fatica, ed il senso di libertà che cresce scende come una panacea sul mio animo rinato. Mi rendo conto di essere già lontano dalla chiesa, avrò corso per circa 2 chilometri. 

Mi fermo, sul limitare della statale, guardandomi intorno. Non so dove andare, ma l’importante adesso è andare. Sudato, malconcio, ma libero. Sorrido, scoppiando subito dopo in una risata rumorosa e liberatoria. Visualizzo per un secondo l'immagine della chiesa nella mia testa: la metà della gente che piange o si incazza, e i miei amici che se la ridono, scrivendo un pezzo di storia con le foto dell’altare vuoto. Dentro di me c’è un uomo che sta festeggiando la vittoria, riprendendo possesso di ogni emozione rubatagli da tanti anni di “sì” forzati. Comincio a camminare appena oltre la riga bianca di fine carreggiata, senza più pensare a niente, conscio solo della mia felicità. Le auto corrono al mio fianco, ignorando un mondo che ha voltato faccia. Alzo quasi d’istinto il pollice della mano destra, tendendo teso il braccio. Sarebbe la prima volta in vita mia che accetto il passaggio da uno sconosciuto. Pochi secondi dopo, una 600 rossa un po’ scassata si ferma cinque metri più avanti. Rimango quasi sorpreso dall’efficacia del mio gesto. Faccio qualche passo. “Ciao, dove devi andare?” Una ragazza con accento francese mi guarda da dietro un paio di occhiali scuri. “Dove vuoi tu” rispondo con naturalezza aprendo lo sportello. Un po’ interdetta ingrana la prima, ripartendo lentamente con il suo nuovo bagaglio.  Dopo 15 ore di viaggio interrotte solo da un paio di soste, scendo in una Parigi ancora dormiente, che sa di burro e croissant caldi, sull’assolato boulevard Saint Michel. La mia compagna di viaggio, Charlotte, che nel frattempo ha avuto modo di conoscermi più di quanto avesse mai fatto mia moglie, mi indica la chiesa alle mie spalle. “È l’ eglise de Saint Antoine, la mia preferita. Ti consiglio di farci un salto. Se devi ricominciare, è bene farlo da un posto speciale.”  La ringrazio, salutandola con un po’di nostalgia.  “Non accettare mai le caramelle dagli sconosciuti” diceva sempre la mamma. Lei non sapeva che le sconosciute come Charlotte hanno sempre le caramelle più buone. Non sapeva che le caramelle migliori scappano da noi, scegliendo altre vie. Non sapeva che le caramelle più dolci sono quelle che vanno inseguite, prendendosi qualche rischio. Mi rendo conto solo ora di aver sempre mangiato caramelle disgustose. Salgo i pochi gradini che mi separano dalla costruzione. La gelida alba colora di arancione le facciate imponenti della chiesa. Un rumore sale dall’anima borbottando felicità. È ora di ricominciare. Una frase campeggia sullo stipite della porta. “L’ incertitude est l’ essence même de la vie des hommes. ” Sorrido, ripercorrendo le ultime 24 ore come un cortometraggio al limite del comico.  Erano 32 anni che cercavo di essere me stesso.